Schopenhauer

XX secolo

Schopenhauer
Arthur Schopenhauer è una figura di importanza decisiva nella storia della filosofia moderna. La sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, è considerata un classico del pensiero ottocentesco e presenta interessanti affinità con la letteratura italiana, in particolare con Giacomo Leopardi, per la comune visione pessimistica dell'esistenza.
Per comprendere appieno la portata del pensiero di Schopenhauer, è fondamentale evitare di ridurlo a un semplice critico di Hegel. Schopenhauer fu un filosofo a tutto tondo, dotato di una dottrina originale e profondamente articolata. Tuttavia, la sua vicenda accademica fu segnata da una competizione impari con il più celebre contemporaneo: quando entrambi insegnavano all'Università di Berlino, le lezioni di Hegel erano affollate, mentre quelle di Schopenhauer rimanevano pressoché deserte. Questo insuccesso alimentò in lui un risentimento profondo che si tradusse in una polemica feroce nei confronti del rivale.
Schopenhauer fu infatti uno dei più grandi polemisti della storia della filosofia, paragonabile per causticità a figure come Pier Paolo Pasolini nel Novecento. Nei suoi scritti, non risparmiò insulti a Hegel, definendolo "un impastatore di carte", "uno sciupatore di cervelli", "ciarlatano di mente ottusa", "insipido", "nauseabondo", "ignorante letterato", accusandolo di "scartabellare e scodellare i più pazzi e mistificanti nonsensi". Questi scritti polemici sono stati raccolti nel volume L'arte di insultare, pubblicato da Adelphi.
La critica di Schopenhauer non si limitava alla persona di Hegel, ma si estendeva all'intero sistema hegeliano e alla sua funzione ideologica. Accusava infatti Hegel di essere stato "insediato dall'alto dalle forze al potere" e di aver creato una filosofia di Stato, funzionale alla formazione di futuri impiegati governativi e burocrati. Secondo Schopenhauer, l'hegelismo aveva saturato il clima filosofico del tempo e trasformato la filosofia universitaria in qualcosa che non era più autentica filosofia, poiché questa deve svilupparsi come libera e integerrima capacità critica, non come strumento al servizio del potere.
Schopenhauer poté permettersi questa posizione così radicalmente critica per due ordini di ragioni. In primo luogo, risentiva del clima culturale del tempo, che vedeva una crescente rivalutazione dell'individuo contro i sistemi totalizzanti – un movimento che sarebbe continuato con Marx e con la sinistra hegeliana. In secondo luogo, proveniva da un contesto familiare benestante (era figlio di un ricco commerciante di Danzica) che gli garantiva indipendenza economica, permettendogli di assumere posizioni fortemente critiche senza timore delle conseguenze accademiche o professionali.
La grandezza di Schopenhauer come filosofo emerge chiaramente quando, "scavalcando" Hegel, egli recupera radici filosofiche precise e spesso trascurate dalla tradizione idealistica: Platone, per la dottrina delle idee; Kant, per l'impostazione gnoseologica; e, per la prima volta nel contesto filosofico occidentale moderno, il buddismo e le filosofie orientali. Queste tre radici costituiscono i pilastri della dottrina filosofica schopenhaueriana.
Anche questa scelta può essere letta come un'opposizione consapevole a Hegel, il quale considerava le religioni e le filosofie orientali come forme antitetiche e inferiori rispetto allo sviluppo razionale dello Spirito occidentale. Schopenhauer, al contrario, vi riconosce una profonda saggezza e le integra organicamente nel suo sistema filosofico, anticipando quella che sarebbe diventata una delle caratteristiche del pensiero novecentesco: il dialogo tra Oriente e Occidente.

corpo, volontà e liberazione dal desiderio

Schopenhauer riconosceva un'affinità profonda con Giacomo Leopardi, tanto da affermare che il poeta italiano aveva saputo tradurre in versi ciò che egli stesso esprimeva nelle sue opere filosofiche. Entrambi condividevano una visione pessimistica dell'esistenza umana, sebbene attraverso linguaggi diversi.
Un aspetto decisivo del pensiero schopenhaueriano è il ruolo centrale del corpo nella comprensione e nel superamento della volontà di vivere. È proprio attraverso l'esperienza corporea che si rivela a noi la natura della volontà, quella forza cieca e irrazionale che ci spinge incessantemente a desiderare. La liberazione, secondo Schopenhauer, passa attraverso un'educazione del corpo al non-desiderio, mediante pratiche ascetiche come il digiuno e la castità. Queste discipline hanno lo scopo di disabituare l'individuo al desiderio, riducendo progressivamente la presa della volontà su di noi.
È per questa ragione che Schopenhauer rifiuta il suicidio come soluzione: esso non rappresenta una liberazione dalla volontà, ma piuttosto una sua estrema affermazione. La vera via di salvezza consiste invece in una nuova educazione di sé che parte dal corpo e mira a trascendere la dimensione biologica e animalesca dell'esistenza.
Schopenhauer non si limita a descrivere il mondo con sguardo pessimistico, ma sviluppa anche precise conseguenze filosofiche. Opponendosi alle dottrine della storia – e implicitamente negando ogni prospettiva socialista – e alle concezioni escatologiche, egli sostiene che la vita umana non ha un fine ultimo o un progresso verso cui tendere. La vita ha senso in quanto tale, nell'immediatezza della sua presenza, non in funzione di un obiettivo futuro.
L'unica possibilità autentica è riconoscere la propria dimensione biologica, legata all'animalità, e prendere consapevolezza dell'importanza della condizione corporea. Attraverso questa consapevolezza diventa possibile slegarsi dal desiderio mediante un esercizio non puramente mentale, ma essenzialmente fisico e pratico.
In uno dei suoi testi fondamentali, Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer afferma che la volontà di vivere si oggettiva in idee (riprendendo il concetto platonico riletto attraverso Kant) e si manifesta concretamente negli individui. Quando la volontà è illuminata dalla consapevolezza di sé, appare sotto forma di individuo cosciente.
Nel mondo della rappresentazione – ovvero la realtà come ci appare – l'oggetto è vincolato alle forme a priori di spazio, tempo e causalità. La volontà di vivere si oggettiva dunque negli individui come volontà individuale. Tuttavia, se si vive senza la consapevolezza filosofica, non ci si rende conto di essere espressioni di qualcosa di più profondo e universale: tutto soffre e tutto desidera perché tutto è manifestazione della stessa volontà.
Siamo mossi da una volontà che non possiamo controllare completamente: essa è la vera forza motrice della nostra esistenza, espressione primordiale del desiderio e della pulsione. Senza una piena cognizione di questa dinamica, la volontà ci agisce, piuttosto che essere noi ad agirla consapevolmente. La liberazione consiste proprio nell'acquisire questa consapevolezza e nel disciplinare il corpo per sottrarsi al dominio del desiderio.

La reinterpretazione del platonismo

Arthur Schopenhauer riprende il dualismo platonico ma lo capovolge radicalmente. Mentre Platone poneva l'iperuranio come dimensione positiva e perfetta - concezione che ha influenzato successivamente l'idea cristiana del paradiso - Schopenhauer sostiene che alla radice della realtà non vi sia nulla di positivo, bensì quella che egli definisce "volontà di vivere": un'energia cieca, irrazionale e priva di scopo.
Questa volontà universale si manifesta secondo una gerarchia: dapprima nelle idee platoniche, poi negli individui concreti e infine nelle volontà individuali. L'unico "scopo" di questa forza primordiale è la perpetua riproduzione di se stessa, che si realizza manifestandosi continuamente negli individui e nelle loro volontà particolari.
Il concetto di volontà per Schopenhauer si contrappone nettamente a quello kantiano. In Kant, la volontà spinge l'essere umano all'elevazione morale attraverso l'imperativo categorico. In Schopenhauer, invece, la volontà individuale ci rende consapevoli proprio del non-senso dell'esistenza. Paradossalmente, è proprio la volontà individuale l'unica traccia che ci permette di intuire la vera natura del mondo fenomenico.
Schopenhauer distingue due dimensioni della realtà: da un lato il mondo della volontà di vivere universale, una dimensione pulsionale ed energetica che trascende ogni valutazione positiva; dall'altro il mondo come rappresentazione, ovvero la relazione tra soggetto e oggetto che caratterizza la nostra vita cosciente, anch'essa prodotto della volontà di vivere. Schopenhauer critica tanto l'idealismo (che riduce l'oggetto al soggetto) quanto le prime istanze del materialismo (che riducono il soggetto all'oggetto) e il realismo ingenuo (che postula una realtà indipendente dal soggetto). Per lui, ciò che conta è la struttura relazionale stessa: soggetto e oggetto esistono solo in quanto correlati in una relazione inscindibile, definita con il termine tedesco Vorstellung (rappresentazione). Un oggetto esiste solo in relazione a un soggetto che lo rappresenta, e viceversa; al di fuori di questa relazione non vi è nulla. Questa relazione rappresentativa scaturisce dalla volontà di vivere, che è una pulsione vitale generativa.
La visione di Schopenhauer è profondamente pessimista: tutto ciò che crediamo di essere è il prodotto di una forza irrazionale. La tradizione metafisica occidentale viene così completamente capovolta: esiste un mondo nascosto, ma questo non è guidato da un principio razionale o benevolo, bensì da una forza cieca, incausata e priva di finalità. Noi non siamo che manifestazioni di questa volontà primordiale.
Come può l'individuo rendersi conto dell'esistenza di questa vera realtà? Attraverso il proprio corpo, che sfugge al controllo delle costruzioni intellettuali, morali e politiche che ci siamo creati. Il corpo è bisogno, è pulsione immediata. È proprio grazie al corpo - e quindi alla volontà individuale che in esso si manifesta direttamente - che è possibile squarciare il "velo di Maya", immagine tratta dalla tradizione buddhista che rappresenta l'illusione fenomenica che avvolge il mondo.
Ciascuno di noi può squarciare questo velo quando prende coscienza della vera natura del proprio corpo e, con essa, della propria condizione esistenziale: quella di essere umano, unico tra gli esseri viventi capace di diventare consapevole della propria tragica situazione metafisica.

esistenza, dolore e vie di liberazione

Schopenhauer analizza l'esistenza umana da tre prospettive fondamentali, giungendo a conclusioni profondamente pessimistiche.Dal punto di vista cognitivo, l'uomo è un nulla insignificante disperso nell'immensità del cosmo. Dal punto di vista fisico, la vita è un continuo processo di morte: nel momento stesso in cui nasciamo, iniziamo a morire. Infine, dal punto di vista spirituale o psicologico, l'esistenza è costantemente oppressa dalla noia e dall'insoddisfazione.
Schopenhauer paragona la vita umana ai bambini che soffiano bolle di sapone: più cercano di ingrandirle, più velocemente scoppiano. Allo stesso modo, l'uomo – manifestazione suprema della volontà – trascorre l'esistenza tentando di soddisfare bisogni che si moltiplicano continuamente, in una catena infinita di desideri che si rigenerano non appena vengono appagati.
Per Schopenhauer, l'uomo non progredisce mai realmente: soffre come tutti gli altri esseri viventi, ma con un dolore amplificato dalla consapevolezza. La condizione umana oscilla perpetuamente tra due poli: quando affrontiamo situazioni di pericolo o bisogno soffriamo; quando questi vengono meno, ci annoiamo. Ci lamentiamo dei problemi quando li abbiamo, ma quando non ne abbiamo più, l'assenza stessa di stimoli diventa insopportabile. Siamo strumenti inconsapevoli della volontà di vivere.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Schopenhauer sostiene che il suicidio non rappresenta un sottrarsi alla volontà di vivere, ma piuttosto un compierla in modo estremo: è l'espressione ultima della volontà individuale che rifiuta la sofferenza. La vita è essenzialmente desiderio, e senza desiderio non può esserci vita. Persino le relazioni umane nascono principalmente dal bisogno di sconfiggere la noia.
Viviamo per ritardare la morte, non per amore della vita stessa. Schopenhauer utilizza la metafora del mare e degli scogli: il dolore e le torture dell'esistenza possono raggiungere un'intensità tale che la morte diventa desiderabile. Tuttavia, il nostro atteggiamento verso la morte è profondamente ambivalente: quando stiamo male, rimpiangiamo la condizione ordinaria della vita che, quando la viviamo, ci appare noiosa e priva di senso.
La volontà di vivere si individualizza nelle singole volontà particolari, che sono caratterizzate da desiderio e insoddisfazione perenne. Questa condizione esistenziale è funzionale alla volontà di vivere, il cui unico scopo è la riproduzione di sé. Si tratta di una forma di energia vitale, una pulsione – diversa dall'energia spirituale di cui parlano altri filosofi –, cieca e irrazionale.
Osservando la realtà con un'intelligenza superiore, distaccata, ci accorgiamo che tutti gli esseri umani sono miseri esistenzialmente. Come sosteneva Epicuro (qui Schopenhauer riprende tematiche stoiche ed epicuree), non c'è vera giustizia in ciò che accade. Il dolore è pervasivo e non si basa su alcuna ragione comprensibile: permea l'esistenza senza logica apparente.
Di fronte a questa condizione, l'uomo ha due possibilità: può cercare di comprendere la natura del dolore e vivere momenti di libertà attraverso il distacco, oppure può non comprenderlo, rimanendo sottomesso alla volontà.
  1. 1.
    L'atteggiamento ascetico
    Una prima soluzione consiste nell'adottare un atteggiamento stoico di distacco: mortificare i desideri del corpo e negare la nostra volontà individuale. Poiché la volontà individuale è un'espressione della volontà di vivere universale, più ci affidiamo ad essa, più aumenta la nostra infelicità. La scelta è quindi quella di sottrarsi il più possibile da tutte le esperienze legate alla volontà.
  2. 2.
    La contemplazione estetica
    Una seconda via di liberazione, temporanea ma genuina, è offerta dall'arte. Quando osserviamo un'opera d'arte – per esempio un dipinto – e la contempliamo come pura rappresentazione, ci sganciamo dalla condizione utilitaristica. Non guardiamo l'opera perché vogliamo possederla o utilizzarla, ma per quello che è in sé. Questo momento di contemplazione disinteressata ci consente di svincolarci dall'esistenza dominata dalla volontà.
    La gioia derivante dall'osservazione di un'opera d'arte è autentica proprio perché è sganciata da ogni volere. In questa esperienza estetica c'è una predisposizione naturale a liberarsi temporaneamente dal giogo della volontà. La gioia autentica consiste nella contemplazione della rappresentazione per quello che è.
Tuttavia, Schopenhauer ci pone di fronte a un paradosso finale: superare la volontà non è realmente una scelta che possiamo compiere liberamente. L'idea stessa della scelta è un'illusione, poiché anche il tentativo di liberarci dalla volontà è, in ultima analisi, determinato dalla volontà stessa. Siamo intrappolati in un circolo da cui è quasi impossibile uscire completamente.
XX secolo